ANTICAMENTE, I  SARDI OSSERVAVANO LE STELLE

Nuraghe & cielo

Un nuraghe

TRAMITE IMPONENTI COSTRUZIONI MEGALITICHE, E DA ENORMI TORRI DI PIETRA

E’ L’ASTRONOMIA DEGLI ANTICHI SARDI

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Imponenti torri di pietra, migliaia di torri svettanti costellavano il vasto territorio della Sardegna. Giganti eretti dai fieri indigeni dell’isola posti come a guardia dei villaggi e dei campi. Torri che si ergevano al di sopra delle capanne dei villaggi ed in mezzo a queste, con la vita quotidiana di uomini, donne ed animali che fra quelle piccole abitazioni in pietra e frasche si svolgeva, tra le fatiche del giorno ed il riposo della notte. Le vite di uomini e di animali si intrecciavano, in una atavica simbiosi che da millenni le univa e ne tesseva le trame. Una vita semplice, fatta di lavoro nei campi, di pascoli e di caccia, di superstizoni e credenze. Ma non era sempre una vita tranquilla quella degli abitanti di questi villaggi. C’erano spesso dei conflitti, delle tensioni e delle lotte fra gli i abitanti dei singoli villaggi, fra le tribù ed i clan, o fra gli abitanti di vaste regioni dell’isola.  Periodi di pace si alternavano ad altri in cui invece dominavano le lotte tribali, o quelle contro un nemico esterno. Le torri assistevano mute, da sempre, a tutto questo; altre torri guardavano invece verso il mare, come tante sentinelle messe li’, a distanze quasi regolari l’una dall’altra per lunghi tratti di costa, quasi a scrutare i pericoli che da li’ potevano arrivare. Torri, ora strutturate in maniera semplice, che noi oggi chiamiano”i nuraghi monotorre”, mentre moltissime altre erano dotate di strutture aggiuntive, altre torri meno alte, raccordate fra loro da mura, a formare nel complesso una sorta di castello medievale, con mensole di pietra equamente distanziate poste sugli orli dei terrazzamenti, e parpetti in legno che poggiavano su di esse. Una, due, tre stanze ogivali desinenti a “tholos” o “falsa cupola” e sovrapposte erano gli ambienti interni della torre centrale di questi nuraghi complessi e dei nuraghi monotorre di una certa altezza. Altezza che raggiungeva anche i 15 o 20 metri. Soppalchi in legno, scale in legno esterne, scale in pietra interne alle stanze che a chiocciola ed incastonate tra due strutture murarie salivano fino al terrazzo piu’ elevato della torre centrale. Nella stanza che si trovava poco sopra il livello del suolo, e  in direzione dei punti cardinali stavano  l’ingresso, sovrastato da un enorme  trave di pietra e tre nicchie, che insieme alle altre infrastrutture si articolavano in modo funzionale ed armonioso. Altre nicchie erano poste, sempre in direzione dei punti cardinali, anche nelle stanze sovrastanti (quando un nuraghe aveva piu’ di una camera ogivale interna). Un poderoso”muro di rinfascio”, come abbiamo visto, circondava come in un fatale abbraccio la torre centrale e le altre tre, quattro o cinque  torri angolari, piu’ basse ma sempre di altezza ragguardevole. Sopra, due terrazzamenti; quello della torre principale ed un alto, all’altezza delle torri angolari. Intorno al nuraghe, ecco il villaggio di capanne. Decine, centinaia di capanne. Intorno, alla maniera delle mura di una citta’ romana, una lunga cinta muraria circondava l’area abitativa. Lungo il perimetro, si trovavano degli ingressi, simili nell’aspetto agli ingressi nei nuraghi stessi. Piccole torri, con due aperture una di fronte all’altra ed altri ingressi che erano semplici “interruzioni” del chiuso murario. Questi  muri che cinvevano i villaggi con un nuraghe al suo interno erano molto spessi, tanto che possiamo imamgianre che sopra di essi si svolgesse una sorta di pattugliamento, passeggiando sopra questi muri come noi oggi vediamo fare dalle guardie sopra la recinzione di una caserma o di un carcere. Cosi’ erano e sono, nella parte residua, i grossi nuraghi. Veri e propri “municipi” di un villaggio. Ma dobbaimo immaginare anche tantissimi villaggi che non ospitavano un nuraghe. Infatti chiamiamo “villaggi nuragocentrici”  i siti con i resti dell’area abitativa esistenti attorno ad un nuraghe.  Esistevano pero’ anche strutture nuragiche piu’ piccole e di fattura piu’ semplice rispetto ai grossi complessi nuragici, forse costruiti molto prima, e che oggi noi chiamiano “protonuraghi” in virtu’ della tesi secondo la quale questi piccoli nuraghi sarebbero stati costruiti in fasi antecedenti a quella della costruzione dei grandi nuraghi, sia monotorre che a piu’ torri i quali vengono fatti risalire all’eta’ del bronzo in Sardegna, intorno al 1600 a. C. I “protonuraghi”, invece, risalirebbero all’inizio del’epoca che noi definiamo “nuragica”, circa intorno al 1800 a.C. circa. Erano bassi, tozzi, spesso con un “soffitto” piatto e non ogivale, e con gli ambienti interni costituiti da dei corridoi. Si tratta infatti dei nuraghi detti anche “a corridoio”. Sono questi i nomi dati dagli archeologi alle strutture di tipo nuragico, nomi direi a volte convenzionali; termini quali “nicchie giaciglio”, “sede del capo”, “garetta di guardia” denominano delle caratteristiche strutturali ed infrastrutturali le quali hanno letteralmente suggerito quali potesero esere le funzioni svolte da questi edifici megalitici, i Nuraghi, e da altri complessi megalitici e reperti.di epoche anche anteriori a quelle inerenti la costruzione e l’utilizzo di nuraghi medesimi.

A questo punto la domanda che ci poniamo e’ lecita, ed e’ questa: quale era la funzione dei nuraghi in Sardegna? Cosa hanno a che vedere questi edifici a torre o a torri , cono l’osservazione delle stelle nei tempi antichi?  La risposta a questo sta nel capire cosa erano, in effetti, i Nuraghi e come questi si collegano ad altri megaliti sardi.

“Fortezza”, “Torre di avvistamento”, “Sede del capo tribu'”, “Sede amministrativa di uno o piu’ villaggi di capanne”, “Tempio”. Queste sono le caratteristiche e funzioni principalmente attribuite ai Nuraghi. A ben pensarci, per molti aspetti i Nuraghi suggeriscono questo: pietre grandi da pesare persino alcune tonnellate, via via piu’ piccole come si sale in altezza, una merlatura simile, fatte le dovute differenze, a quella di un castello medievale, mura ciclopiche  circondanti una grande area e strutture antemurarie aggettate sulla torre o sulle torri del nuraghe a formare un unico blocco; nuraghi isolati posti sulle cosste o su delle alture da sembrare proprio delle torri di avvistamento proprio come quelle, costruite millenni dopo (nel ‘500 e nel ‘600) dagli spagnoli per fronteggiare le invasioni sarecene. Ecco, tutte caratteristiche che hanno portato gli studiosi a considerare i Nuraghi come fortezze e torri di guardia.

Considerando altre peculiarità dei Nuraghi, ecco emergere un’altra interessante ipotesi: quella che li vede come dei luoghi di culto o santuari. Questa teoria, peraltro credibile, fa’ da “trait d’union” fra i Sardi della preistoria ed il loro rapporto con le stelle. E’ acclarato che esistevano siti adibiti proprio a culto, e sono i luoghi che gli stusiosi chiamano “villaggi santuariali” perche’ li’, in quei villaggi con o senza un nuraghe sito al centro di essi- ma che non mancavano mai di un “pozzo sacro”- la gente non ci abitava per tutto l’anno. Esistevano quelle che noi oggi chiamiamo “feste”, ed in queste occasioni i villaggi si riempivano di..pellegrini. Si’, proprio cosi’. Le sagre campestri, le permanenze in villaggi risalenti al medioevo o al 1600, il soggiorno dei pellegrini nelle casette chiamate “cumbessìas” o “muristenes” sono quasi un..”copia-incolla”, come e’ di moda oggi usare metafore sui computers, dei pellegrinaggi e sagre degli antichi sardi nuragici. Non sappiamo bene, pero’, quali fossero “i santi” oggetto di tali venerazioni e di tale fede religiosa. Sappiamo pero’, da considerazioni e dati che abbracciano non solo la Sardegna, ma tutto il mondo delle culture megalitiche del neolitico, dell’eneolitico-eta’ del rame- e dell’eta’ del bronzo, quella propria dei Nuraghi, che le “divinita’” erano, anche per i Sardi, la “Fertilita’”, “la Terra”, “il Sole”, “l’acqua sorgiva” e, non in ultimo, il cielo, che era sicuramente  visto come un mondo superiore, al di sotto del quale si trovava la Terra, ove si svolgeva la vita dei mortali e, al di sotto di questa, “il regno sotterraneo” dei morti, ed il cuore della “Madre Terra”. Ecco che il culto antico della “Dea Madre”, “la Terra”, era praticato dai sardi nuragici. Con esso, il culto del “Dio Toro”, il Sole, considerata la divnita’ maschile e fecondatrice della Terra. Il “seme di vita” di questo rapporto di amore tra “Gaia” ed il Sole era…l’acqua! Ecco che in Sardegna si contano non meno di settanta “pozzi sacri” per il culto dell’acqua sorgiva e lustrale. Questi “pozzi” erano per lo piu’ ipogeici, nel rispetto della credenza che si dovesse entrare, per guarire od avere delle grazie, nel grembo della Terra, ove c’era l’acqua purificatrice e curatrice. Il “Pozzo di Santa Cristina”, nei pressi del paese di Paulilatino (Or), e’ il piu’ emblematico. Un insediamento di un villaggio di capanne di epoca nuragica di tipo santuariale, ove trovasi uno di questi pozzi, ottimanente conservato nelle sue strutture che sono: una cupola di pietra murata a secco, senza l’uso di malte (importante, e’ la stessa tecnica usata per tuttii Nuraghi, le cui pietre non sono legate fra loro da malta, bensi’ grazie alla tencica di costruzione  detta “a tholos”, o “a falsa cupola” che usa la distribuzione dei carichi, che avviene”per gravita’” sui massi giustapposti), la quale cupola si sviluppa dal livello del suolo fino a quattro, cinque metri di profondita’ ove trovasi il pozzo, ancora oggi pieno d’acqua. Si accede al livello del pozzo tramite una scala, sempre in pietre collocate  a secco e, una volta che ci si trova dentro, basta guardare su’ per vedere…una apertura circolare, da dove il Sole-in un giorno od ad un’ ora stabilita dai criteri di costruzione e di orientamento della struttura sotterranea a pozzo, ed in certi giorni dell’anno, si rifletteva sulla superficie dell’acqua, generando con la sua luce un soggestivo “cono luminoso”. La stessa cosa, molto probabilmente, avveniva per la Luna. Erano questi i momenti piu’ sacri. Solstizio d’estate, equinozio di primavera o di autunno, fasi lunari (ed i “lunistizi”) e periodi stabiliti da antichi “calendari sacri” e che noi oggi non conosciamo, erano i sicuri riferimenti cui si basavano i Nuragici per questi antichi culti.

A questo punto si puo’ affermare, con quasi assoluta certezza, che i Nuraghi non svolgevano “questa” o “quella funzione”. Le ipotesi sono tante, come abbiamo visto. La piu’ credibile, penso sia quella della “polifunzionalita’” di un nuraghe , ossia che questo assolveva a funzioni molteplici, incorporando in molti casi sia l’utilizzo come fortezza, sia contemporaneamente quello di tempio o di riferimento astronomico. Polifunzionalita’ questa che traspare dalla complessita’ di certe strutture nuragiche (ove e’ presente un complesso insieme di caratteristiche che suggeriscono tali diverse funzionalità ed utilizzzi); per converso, altre torri nuragiche sembrano assolvere ad una unica funzione (soltanto quella di “torre di guardia” o soltanto quella di luogo di culto e di osservatorio astronomico.  Ma quali erano le caratteristiche architettoniche dei Nuraghi le cui peculiarità fanno ritenere che essi assolvessero a tutte queste funzioni, specie in rapporto al loro utilizzo religioso ed astronomico?

Vediamo, seppure a grandi linee,  come sono articolati ad esempio gli ambienti interni dei nuraghi. Entrando da un imponente apertura di ingresso , che in questi edifici da’ sempre, ci si trova nei suoi ambienti interni. Una camere a cupola, con tre nicchie ricavate da rientranze nella robusta muratura del nuraghe, di forma ogivale e che partono dal piano di calpestio ed arrivano ad una altezza di circa due metri , ed altre nicchie  invece piu’ piccole, poste ad una certa altezza dal pavimento, ed ovunque trovansi delle “finestrelle” ufficialmente ritenute essere dei fori di areazione e svolgenti funzione “di scarico delle forze”, e questa era certamente una delle funzioni di queste aperture; ma di sicuro alcune di tali aperture non erano orientate a caso. Guardando in alto, le pietre formano una sorta di “igloo”, raggiungendo una altezza di sette, otto metri e spesso con una pietra “lavorata” o comunque piu’ grossa al centro, una sorta di “chiave di volta”, magari  piu’ piatta rispetto alle altre pietre. Una teoria vuole che queste pietre che “chiudono la cupola”fossero amovibili allo scopo di far entrare dentro la camera la luce del Sole- o della Luna-. Una scala, inglobata in una sorta di intercapedine dentro alla imponente muratura dell’edificio, porta ad una camera superiore, in tutto simile alla prima e di altezza inferiore (parrebbe risultare alta poco piu’ della meta’ della camera inferiore). In certi nuraghi si accede, con la prosecuzione della scala “a chiocciola” o con altre scale sempre in pietra, ad una terza camera, alta anch’essa poco piu’ della meta’ della seconda, quasi a seguire la “regola aurea” che vorrebbe la camera superiore alta *0,618 volte quella immediatamente inferiore obbedendo ad una proporzione nota ai matematici come “sequenza di Fibonacci e, in egual modo, il diametro dei pavimenti seguirebbe la stessa proporzione (diametro della camera superiore, 0618 volte il diametro della camera di sotto). Ora, una volta giunti su, nell’ultima camera, una scala porta al “terrazzamento”, oggi mancante in tutti i nuraghi cne si presentano “scapitozzati”; mentre anticamente risultavano terrazzati e “coronati” da mensole di pietre allungate poste a distanze eguali che reggevano un “parapetto” in  legno o in pietra, e la struttura si presentava, vista da fuori, come la torre-o le torri- di un castello con le sue merlature. C’e pero’ da dire che non tutti i nuraghi presentano questo standard di proporzioni fra le altezze delle camere interne, essendoci edifici con camera interna inferiore molto alta e quella superiore che si presenta, per dimensioni, alla maniera di una “piccola mansarda”, tanto e’ piccola. La descrizione da me fatta riguarda alcuni nuraghi fra i piu’ complessi che io ho avuto modo di visitare (voglio ben dire, dato nel sito del “Nuraghe Losa di Abbasanta” ci ho lavorato per nove anni); ciò per mettere in evidenza che la complessita’ della materia e’ tale che ogni nuraghe ha le sue particolarita’. Ad una sola camera interna, a due camere, a tre camere, monotorre, con tre torri aggettate su quella principale, con quattro torri ai lati ed altre che sono state aggiunte fosre successivamente, nell’arco di secoli. Come successive parrebbero essere le murature di rinfascio che avvolgono le torri in un unico blocco. Il Nuraghe di Losa ha uan forma triangolare, con i lati della struttura quasi eguali (pianta a triangolo equilatero); mentre il complesso nuragico di Barumini (Prov. Cagliari) si mostra come una struttura “a pianta quadrata” ma con piu’ di quattro torri. Cinque o sette torri, se non ricordo male E’ un nuraghe cosiddetto “pentalobato” o “eptalobato” , a fronte del nuraghe “trilobato” di Abbasanta e di altri che hanno due sole torri e che hanno una forma allungata. Non mi soffermo sulle strutture esterne, che basta immaginare come una possente muratura, con pietre ciclopiche al livello di altezza d’uomo e pietre via via piu’ piccole salendo in altezza. Le ultime pietre, quelle della parte piu’ elevata, sicuramente, erano facilmente maneggiabili da due, tre persone. Non sappiamo come i Sardi Nuragici trasportassero in loco e poi collocassero in opera le pietre piu’ grosse (possiamo pensare che fecero come gli egizi, ma…in questo post ora lascio perdere questo aspetto). Nei nuraghi con piu’ torri, quella centrale e ritenuta la piu’ antica svettava anche di cinque o dieci metri rispetto alle altre, Potete immaginare come erano fatti, visti da lontano. “Castelli”, “torri”, “tumuli di pietra allungati” e quant’altro.

Ma ancora non abbiamo visto bene come i Nuraghi potessero servire per l’osservazione e lo studio degli astri. Innanzitutto dobbiamo rifarci al loro orientamento, a come era posizionata la costruzione nel suo insieme, per poi guardare ai particolari costruttivi e strutturali che fanno ritenere che venissero usati criteri matematici ed astronomici. 

Fra le antiche testimonianze di strutture e monumenti megalitici e antichi siti a carattere religioso, i Nuraghi sono i piu’ imponenti. Ma altre strutture, anche molto piu’ antiche, rivestono una enorme importanza.

In tutta l’Europa, dalla Gran Bretagna alla Spagna, dalla Germania all’Italia, compresi i Paesi nordici come Norvegia, Danimarca, Svezia,  ci sono strutture megalitiche. Le piu’ conosciute sono i Menhir,  “pali” o “lastre” di pietra che si ergono muti e silenziosi verso il cielo; altri invece giacciono ormai sul terreno, spesso sepolti da metri di Terra e sassi.  Si trovano sparsi dappertutto,  come isolati “Simboli fallaci”, allineati lungo una certa direzione,  o disposti in cerchio a delimitare un’area di culto, come “monumenti centrali” dello stesso luogo di culto. Monumenti in pietra che risalgono ad un’epoca remotissima, a quando l’uomo avava appena scoperto l’agricoltura. Ed era proprio a questo scopo che  gli antichi  abitanti del periodo Neolitico erigevano questi monumenti: per un culto legato alla fertilità, al raccolto ed alle attivita’ agro pastorali e della vita quotidiana, attività queste che avevano uno strettissimo legame con la religione, con il senso del divino e con le antiche credenze. Altre strutture litiche  e megalitiche sorgevano insieme ai menhirs, e sono i cosiddetti “dolmen” (delle tombe costituite da delle  pietre opportunamente piazzate sul terreno, “a tripode” e che reggono un rudimentale “tetto” di pietra, spesso costituito da una unica pietra di forma piatta ), i “cromlech” che sono, come abbiamo visto, proprio quei “menhirs” od altri monoliti  di svariata fattura posizionati in circolo attorno ad un’area sacrale (il famoso monumento megalitico di Stonehenge in Inghilterra e’ un “cromlech”) e strutture ancora piu’ complesse da formare percorsi rituali, come spirali e labirinti,  e miriadi di manufatti di altro tipo che qui non e’ il caso di prendere in esame. Basti pensare che tutti questi manufatti, la loro disposizione e fattura, sono improntati ad un costante  rferimento alla fertilita’, cioe’ all’acqua ed alla Terra, al Sole, alla Luna e, ovviamente, agli astri. Questo discorso riguarda ovviamente anche la Sardegna, con i suoi numerosissimi “cerchi in pietra”, i tantissimi “simboli fallici “ che si trovano talvolta persino dentro  a pozzi sacri, a significare l’unione tra la  Divinita’ Maschile o Solare e la Divinità Femminile, identificata, sia in Sardegna che altrove, nella Terra, nell’acqua e nella Luna (si presti attenzione particolare a questo “dualismo”, molto importante).

 Un posto di riguardo, nella fede degli antichi Sardi, va assegnato al culto e alla venerazione degli antenati, come testimoniano tombe megalitiche come i Dolmen del VI°, V° millennio a. C. o due altri tipi di monumento aventi scopo sepolcrale risalenti rispettivamente all’epoca “prenuragica” ed a quella “nuragica”. Mi riferisco a quegli ambienti scavati nella roccia e riproducenti gli ambienti domestici delle capanne dei villaggi (o di strutture abitative piu’ complesse?), tombe ipogeiche presenti in numero di migliaia, dette “Domus de Janas” (letteralmente “case delle fate”), ed a complesse costruzioni che consistevano in grandi tumuli in muratura a secco lunghi anche venti o trenta metri e alti da due a tre metri, aventi la forma di una barca rovesciata e cave al proprio interno, si’ da formare un lungo corridoio che doveva fungere da sepolcro, e con davanti una sorta di “facciata”realizzata con un monolite piatto o con due pietre, e dotata di una piccola apertura di ingresso. Enormi megaliti a piattabanda (piatti, come suggerisce la parole stessa) formano, a partire da questa “lapide frontale”, una sorta di “abside” a forma di ferro di cavallo talvolta provvista di esedra o semicupola, e le due “braccia” formano un cortile antistante. Questa forma “a ferro di cavallo” della parete concava ricorda fin troppo bene le corna di un toro (le tombe dei gicanti vengono definite anche, per questo aspetto, “a protome taurina”). Ecco dunque il riferimento al “Sole-Toro”, alla divinita’  maschile che, fecondando la Terra, garantiva abbondanza di vita nell’aldilà. Davanti all’entrata, presumibilmente chiusa da un masso, stava un betilo o betile, una pietra messa in posizione verticale e considerata dagli antichi “sacra”, che prende questo nome dall’espressione ebraica “beth el”, “casa  di Dio”. I betili sono di varia forma, e rappresentano vari aspetti del “credo” dei Sardi: il “fallo” per la fertilita’, un bassorilievo sulla pietra raffigurante il Sole e la Luna, o dei tratti scultorei appena abbozzati per rappresentare la Dea Madre od altre entita’ sacre, e riferimenti al culto degli antenati. Particolare importante, le pietre preferite  per la funzione di betilo erano soprattutto i meteoriti, o pietre che comunque si ritenevano cadute dal cielo.

 “Tombe di Giganti”, costruite dai Sardi in un periodo che va da circa 4000 a  circa 3700 anni fa (eta’ del bronzo antico) secondo criteri costruttivi che sono ancora da capire.  “Le tombe di giganti” furono in effetti importantissime per l’evoluzione tecnica ed architettonica dei Nuraghi stessi. Strutture e metodi che venivano “collaudati” in costruzioni piu’ piccole per venire poi adottati su grande scala, fino ad ottenere quelle grandi  torri isolate od allineate “a vista d’occhio”, e sistemi di torri inglobate in una unica grande costruzione. Questi erano i luoghi, sacri e suggestivi, dai quali gli antichi sardi studiavano e, nel contempo, veneravano le stelle.

 Ma come erano orientati i Nuraghi, le “Domus de Janas”, le “Tombe di Giganti”, i “pozzi sacri”? E con quali criteri venivano realizzati i cerchi in pietra e le innumerevoli fila di betili ed altri oggetti megalitici sul piano astronomico, rispetto al Sole, la Luna, i pianeti e le altre stelle? Quanto sapevano, in definitiva, gli antichi progenitori, del cielo?

CALENDARI ANTICHI ED ORIENTAMENTI ASTRALI

I popoli delle eta’ preistoriche e protostoriche sarde non ci lasciarono, almeno secondo l’archeologia ufficiale, dei documenti scritti che possano documenterci di come misurassero il tempo. Possiamo dunque soltanto fare delle ipotesi che siano il piu’ possibile verosimili. Questo e’ stato fatto da archeologi attraverso uno studio comparato con altre civilta’ che conoscevano qualche forma di scrittura, come ad esempio i Sumeri od i Babilonesi nonche’ con deduzioni desunte da reperti con caratteristiche di forma o di decorazione ascrivibili ad elementi calendariali o astronomici rinvenuti nei siti sardi, e comparati con quanto rinvenuto in Medio Oriente ed in altri luoghi di cui si conosce qualcosa di piu’ in merito.

Circa la compilazione di antichi calendare, sappiamo che a partire da antichissime “annotazioni” lunari su dei frammenti di osso risalenti all’eta’ della pietra fino alla compilazione di veri e propri calendari, il percorso e’ stato lunghissimo. Ma gia’ cinquemina anni fa, c’erano genti che avevano raggiunto un livello notevole sulla suddivisione dei mesi e delle stagioni.

Nella leggendaria città semitica di Ebla, in Siria, datata circa 3500 anni prima di Cristo, sono stati trovati dei calendari lunari che dividevano l’anno in dodici mesi. Da questi calendari si comprende quanto fosse meticolosa la suddivisione del tempo in periodi lunari, o mesi, ognuno dei quali aveva una precisa denominazione. “Mese della semina”, “mese delle greggi”, “mese del raccolto”, “mese delle processioni”. Da queste denominazioni, si comprende il senso esatto del tempo rapportato alle attivita’ prevalenti di una comunita’. Ancora oggi, noi sardi chiamiamo alcuni mesi in questo stesso modo, come ad esempio luglio,  “su mesi e’ argiòlas” (il mese dei campi di grano), chiaro retaggio di una antica denominazione di questo particolare periodo dell’anno.

La stessa cosa, quindi, avveniva in tutta l’Europa. Come nel mondo dei Celti, i quali si basavano su due stagioni, una calda ed una fredda, stabilite dai movimenti lunari.  In irlanda l’anno iniziava in un giorno che corrispondeva al nostro primo di novembre, perche’ in quel giorno terminava la stagione dei pascoli e greggi e mandrie venivano radunate. E non e’ certo un caso che noi, nel dialetto sardo-logudorese, si definisca settembre “cappudànni”, perche’ forse proprio allora iniziava l’anno agricolo , verso il quindici del mese (con la vendemmia?).

In definitiva, ogni popolo della Terra ha sempre avuto la necessità di sapere quali fossero i momenti giusti per compiere determinate azioni inerenti al lavoro o di carattere religioso e rituale. La domanda che sorge spontanea e’ questa: come gli antichi Sardi avrebbero potuto sapere la data esatta del “raduno delle greggi” se non esisteva un calendario comune, ammettendo che non esistesse?  A questo hanno tentato di rispondere degli studiosi, il risultato delle cui elucubrazioni e’ che i Nuraghi, lungi dall’essere solamente quelle mute torri  di guerrieri e guardiani (addirittura, secondo alcuni, “per deporvi i cadaveri”, niente di piu’ errato, le tombe nuragiche sono state individuate ed in gran parte comprese), potessero a buon titolo essere anche dei monumenti atti all’osservazione dello scorrere del tempo, con una architettura che ben si sarebbe prestata ai giochi di luce ed ombre “studiate” in modo che dessero delle indicazioni sul cosmo, sconosciuto ma vitale, per le scadenze temporali che regolavano la vita  di quelle genti. 

Nei pressi del paesino di Aidomaggiore, in provincia di Oristano, c’e un nuraghe con un foro apicale- come ho scritto sopra, la “chiave di volta” delle cupole nuragiche constava spesso di una pietra piatta ed amovibile- , il giorno 8 di giugno alle ore 11, il Sole illumina una delle tre nicchie incavate nei ciclopici muri della struttura, esattamente la nicchia Nord. Altrettanto dicasi per il “Nuraghe Aiga” sito in agro di Abbasanta”, a trenta chilometri da Oristano. Questo fatto ricorda la suggestiva ipotesi secondo la quale un “sacerdote” si poneva, ritto in piedi, dentro la nicchia, lasciandosi “investire” da questa luce. Chiaro e facile comprendere il significato di tale rituale: “l’uomo investito dela luce divina”, dal Sole, la principale divinita’ sarda e rappresentata, lo ricordo, dalla figura del Toro. “Sole – Toro”, un binomio molto comune nel mondo, si pensi agli Egizi ed ai Greci, “il minotauro”…). Ipotesi o realta’ che sia, rimane il fatto che ci sono tante altre prove che testimoniano la fedelta’ degli antichi abitanti della Sardegna nei confronti del Sole, della Luna e degli astri. 

Una interessante costruzione, che ritengo degna di menzione al riguardo, e’ la “piramide gradonata di Monte d’Accoddi”, nel Sassarese. Una  sorta di grande altare, eretto per celebrare riti connessi al cosmo. E’ datato circa 5000 anni, le sue fattezze ricordano una piccola “ziggurath babilonese”. Una collinetta artificiale alta 9 metri, con una rampa lunga circa 40 metri che porta slla sommita’. Intorno al monumento, delle cose ricordano un culto astrale antichissimo. Tre tre menhir (pietre verticali),  l’altare posto in cima alla rampa, una pietra sferica levigata e decorata con “coppelle”- che sono piccoli incavi di pochi centimetri praticati sulla pietra, e raffiguranti delle costellazioni-, resti ci capanne probabilmente abitate allora da pellegrini e celebranti, resti di antichi pasti sacri e molto altro ancora.

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I monumenti megalitici, i betili, le tombe di varie epoche, dal Neolitico all’eta’del Ferro in Sardegna, e dunque anche in epoche successive per via della consueta  sovrapposizione “stratificata” di siti e culture come quasi sempre accade in ambito archeologico, sembrano  rispettare in maniera marcata ed abbastanza precisa, considerando l’antichità contestuale dei luoghi, criteri legati alle posizioni ed ai movimenti degli astri in particolar modo, come abbiamo già avuto modo di vedere, quelli della Luna, del Sole e di stelle considerate importantissime a livello di culto  religioso, con ovvia ricaduta sull’osservazione degli astri. Un fatto che sicuramente non sfuggì agli antichi erano il sorgere ed il tramontare del Sole, fasi importanti dell’anno come i solstizi d’estate e d’inverno, gli equinozi di primavera  e d’ autunno. E poiché per gli antichi popoli, il mondo dei vivi era strettamente legato a quello dei morti, va’ da se’ che gli orientamenti di strutture aventi carattere sepolcrale rispettassero spesso gli  stessi criteri delle strutture adibite allo svolgersi delle molteplici attivita’ di vita e di lavoro.

Le Tombe di Giganti” erano per la maggior parte orientate di modo che l’ingresso con lo spazio antistante guardasse verso Sud Est. Un orientamento ricorrente anche in moltissimi Nuraghi, mentre circoli di pietra (cromlech) risultano costruiti in funzione del solstizio d’estate all’alba e del solstizio d’inverno al tramonto. Non solo, fra i “cerchi di pietre”  è stato portato alla luce un santuario risalente a quattromila anni fa ed e’ costituito di 36 massi (in realta’ pietre accuratamente scelte ed in parte lavorate); un monumento calendariale basato sul computo di trentasei settimane “decaniche” (della durata di dieci giorni), si’ da far tornare i conti con  il computo delle lunazioni (13 in un anno) e del ciclo solare (considerato in misura di 360 giorni).

I complessi Nuragici, almeno quelli piu’imponenti,  seguivano a loro volta criteri simili di orientamento inerente ai principali riferimenti, sia sulla Terra che nella sfera celeste. Abbiamo visto che le tre nicchie parietali presenti all’interno di una camera “a tholos” sono posizionate nel senso dei quattro punticardinali- l’apertura di ingresso e’ spesso orientata a sud – sud est o comunque secondo un “azimut” intorno all’est. Alba, tramonto, equinozi e solstizi, posizioni di certe stelle (la “Stella” Venere, la Polare, Sirio sono le piu’ importanti dopo Sole e Luna. sono questi i riferimenti che si desumono dall’orientamento degli edifici e da quello di alcune strutture degli ambienti interni quali nicchie ed aperture sulle pareti e sulla sommità.

Unitamente ai luoghi sepolcrali ed ai santuari si deve prendere in considerazione quanto risulta dai reperti di vario genere riportanti simboli ed incisioni  che rivestono un particolare significato religioso ed astronomico. Ceramiche, oggetti in pietra, ..riportano incisioni decorative dal chiaro significato antropologico legato al sacro e agli astri. Incisioni e motivi decorativi che si trovano anche su antiche pareti di ipogei sepolcrali. Un esempio eloquente di tutto questo e’ rappresentato da una “Domu de Janas”, una immensa tomba ipogeica di venti camere, risalente al 2750 a. C.. iconograficamente descritto nella pubblicazione dell’Unione Internazionale delle Scienze Preistoriche e Protostoriche (Guide Archeologiche N° 2 – Sardegna, edita in occasione del XIII Congresso Internazionale di Forlì, 1996 – pagg. 115 – 121).. All’interno dell’ipogeo si trovano numerosissime incisioni rupestri che raffigurano delle costellazionii ed altri interessanti disegni che costituiscono, insieme a quelli di carattere astronomico, una sorta di “continuum sementico” con la cosmogonia sciamanica che dava grande importanza al culto della  cosiddetta “costellazione genitrice”

la costellazione dell’Orsa Maggiore con la stella Arturo,  il “grande antropomorfo” isolato, forse raffigurante lo sciamano, la costellazione di Cassiopeia e due coppelle –fori sulla roccia-che potrebbero rappresentare la costellazione dei Gemelli (o dell’Auriga?), la “linea di demarcazione fra il cielo e la terra”, tracciata a circa trenta centimentri dal soffitto e per tutto lo sviluppo perimetrale dell’ipogeo, e la “farfalla, i “capovolti” (che sono dellefigure umane stilizzate) che rappresentano cioè l’immagine dei trapassati, raffigurati a testa in giù, a similitudine di quanto è raffigurato nelle “statue-menhir” custodite nel museo archeologico di Laconi, un paese della provincia di Oristano.

Simboli solari e lunari ricorrono, come abbiamo visto, nelle ceramiche, in oggetti in bronzo, in stele funerarie, in ingressi di “Tombe di giganti”, “Domus de Janas”, “Dolmen” sia all’interno di questi che negli ingressi, le costellazioni che venivano riprodotte, in maniera primitiva,sulla pietra (ma non si esclude che delle “anotazioni” i sardi le facessero su pelle essiccata ,usata come “carta”). I Nuraghi che erano spesso allineati secondo i  punti cardinali, le pareti di aggetto alle torri  che seguivano le linee dei solstizi e degli equinozi, file di menhirs allineati a formare delle lunge file dritte, o dei cerchi. E poi riproduzioni … di“labirinti”,, il tutto in una amalghina di relazioni fra il divino, l’umano, il cielo e la Terra. Non abbiamo elementi sufficienti per affermare che gli antichi Sardi fossero “a tempo pieno” degli astronomi, ne’ di certo essi sapevano la forma della Terra, che per loro era concepita come un “piano”, un suolo su cui poggiavano i piedi e al di sotto del quale c’era il regno delle tenebre, “gli inferi”. Era quest la loro concezione del mondo. Una concezione semplice, comune a tanti popoli della preistoria. Ma una cosa e’ certa: furono colpiti ed attratti da quella volta  punteggiata di stelle che sovrastava la Terra.

OGGI, IN SARDEGNA  SI STUDIANO LE STELLE

SRT

Il “Sardinia Radio Telescope”

CON LA RADIOASTRONOMIA

Lo scorso 30 settembre, in Sardegna, c’e stata l’inaugurazione del radiotelescopio “SRT”, acronimo che sta per “Sardinia Radio Telescope”. A circa quaranta chilometri da Cagliari sorge il paese di San Basilio.  Nei pressi del paese, in un territorio denominato “Pranu Sangui” (“altopiano del sangue”, tradotto), e’ stato costruito questo imponente gioiello tecnologico, il SRT. All’importante cerimonia hanno partecipato il presidente della Regione, il presidente dell ASI (Agenzia Spaziale Italiana), Giovanni Bignami per l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) ed altre importanti personalita’.  Il Presidente della Repubblica Napolitano ha voluto anch’egli “essere presente”, con un suo messaggio di congratulazioni, con parole quali “Questo prestigioso esempio di altissima e qualificata specializzazione scientifica e tecnologica si inserisce a pieno titolo nella lunga e illustre tradizione del nostro paese nel campo della ricerca astronomica e astrofisica e potrà promuovere il raggiungimento di nuovi traguardi prima d’ora impensabili….” Il “Sardinia Radio Telescope”, infatti,  e’ il piu’ grande in Eurpoa e secondo al mondo solo al  “Green Bank Telescope” che si trova in West Virginia, negli Stati Uniti.

Alcuni dati danno l’idea dell’imponenza e della complessita’ di questo  avanzatissimo strumento di ricerca sull’universo. Il SRT e’ alto circa settanta metri, quanto un palazzo di venti piani. I costi si aggirano intorno ai sessanta milioni di euro. Il cosiddetto “specchio primario”, costituito da oltre mille pannelli di alluminio, ha un diametro di 64 metri, ed e’ atto a coprire una frequenza che va da 0,3 a ben 100 Gigaherz (GHz, il Gigahertz e’ un multiplo dell’Hertz, l’unita’ di misura della frequenza del suono e della radiazione elettromagnetica, che si misurano in cicli al secondo, un “herz” equivale ad un ciclo, dal picco piu’ basso a quello piu’ alto di un’onda, sia essa sonora od elettromagnetica). Questa immensa parabola e’ in grado di muoversi sia con andamento orizzontale, sia verticale grazie ad un potente sistema di carrelli. Su questi grava un peso di ben tremila tonnellate. Il peso del Sardinia Radio Telescope. Un peso enorme, che non impedisce pero’ una precisione, nei movimenti angolari,  dell’ordine di un decimillesimo di grado. 

Lo scopo del STR non e’ solo quello, importantissimo e primario, di captare i segnali debolissimi provenienti dallo spazio piu’ remoto, ma anche quello di ricevere i segnali che vengono inviati dai satelliti artificiali orbitanti intorno al nostro pianeta e persino di tenere un contatto con le sonde interplanetarie. Il suo utilizzo comprende anche il monitoraggio dei cosiddetti “detriti spaziali” e, a maggior ragione, a tener d’occhio i meteoriti che possono risultare pericolosi (ricordiamo che i possibili, seppure improbabili, impatti di asteroidi con la Terra, rientrano fra le “emergenze planetarie”, insieme all’inquinamento, il rischio terremoti e maremoti o la fame nel mondo). E’ in grado, inoltre, di svolgere il suo prezioso lavoro sia da solo, sia (cosa questa molto importante!) di lavorare “di concerto” con altri telescopi e radiotelescopi situati sia in Italia, che in Europa e nel resto del mondo. La sua attivita’ “a pieno regime” comincera’ pero’ soltanto fra circa due anni e mezzo, dopo un periodo di “messa a punto”, che gli astronomi ed i tecnici del settore chiamano in gergo, “commissioning”.

Il radiotelescopio SRT osservera’ il cielo per studiare stelle e galassie e cerchera’ oggetti lontanissimi mai visti prima. Uno degli obiettivi piu’ entusiasmanti dell’uso del SRT sara’ quello di indagare sulle origini delll’Universo e capire se, quando questo era ancora “giovane” (oggi l’eta’ dell’universo e’ stimata intorno ai 13,7 miliardi di anni), fosse gia’ strutturato in ammassi di galassie (le quali sono ammassi composti da decine, centinaia di miliardi di stelle!). L’universo primordiale e’ una finestra ancora in gran parte chiusa sulla nostra comprensione. Nell’universo prmevo c’era forse gia’ scritta la storia dell’evoluzione del cosmo, evoluzione che, ormai sappiamo, e’ ancora in atto (gli ammassi di galassie si allontanano reciprocamente,  e sono costutuiti da immensi “grappoli” di galassie” tenute insieme dalla forza di gravita’,(e forse da attrazioni gravitazionali derivanti da una sostanza che ancora non conosciamo, detta “materia oscura”, invisibile- per ora- anche ai radiotelescopi e la cui possibile presenza e’ “segnalata” dagli effetti gravitazionali sulla materia visibile, materia questa che esiste in misura molto minore, l’universo sarebbe per lo piu’ costituito da materia oscura!).

Questo e’ il fronte su cui  SRT lavorera’. Nelle nostre “vicinanze” esistono oggetti strani come le “magnetar”, resti di stelle “morte” costituite da soli neutroni e dotate di un fortissimo campo magnetico e che emettono radiazioni ad altissima frequenza. Si studieranno meglio anche le “pulsar”, altre “stelle morte”, anch’esse costituite da neutroni, ma con un campo magnetico piu’ debole rispetto alle magnetar, e che hanno una massa  almeno una volta e mezzo superiore a quella del Sole, ma contenuta in un raggio di qualche decina di chilometri, e capaci di ruotare diverse volte un un secondo, inviando segnali “intermittenti” captabili, appunto, dalle antenne di un radiotelescopio. Uno strumento come questo sara’ altresi’ utile per scovare i fantomatici “buchi neri”, oggetti che differiscono dalle “pulsar” per una massa originaria della stella – prima del suo collasso- superiore a quella di stelle che collassano in pulsar, e soprattutto se ne differenziano perche’ sono capasci di trattenere, nella morsa del loro fortissimo campo gravitazionale, persino la luce. SRT pero’ osservera’ non direttamente i buchi neri, ma il comportamento della materia circostante che, attratta dai buchi neri, emana-anche radiazioni a diverse frequenze.

Ogni corpo celeste, da Giove al Sole, da una pulsar ad una galassia od un quasar (misteriosi oggetti detti cosi’ da “quasi stellar radio sources”-fonti radio quasi stellare-), emana radiazioni  sotto diverse lunghezze d’onda o  frequenze, che vanno dall’infrarosso all’ultravioletto, ai raggi x e gamma ( questi ultimi rappresentano lo spettro di radiazione che ha la frequenza piu’ elevata). “SRT” captera’ appunto  le onde radio, che  non visibili dagli  strumenti ottici, ma che portano una marea di informazioni tale da allargare gli orizzonti di osservazione del cosmo; orizzonti che  si limitavano all’osservazione ottica, prima dell’avvento della radioastronomia. Ma che cos’e, in pratica, la radioastronomia?In cosa consiste questa straordinaria finestra di osservazione dell’universo?

LA RADIOASTRONOMIA

 

Gli occhi  sono i primi “strumenti” tramite i quali l’uomo ha cominciato a guardare il cielo. I primi uomini alzavano lo sguardo verso quella misteriosa volta che offriva uno spettacolo affascinante e misterioso insieme. Una volta che sovrastava la Terra ed il mare, che cambiava aspetto, mostrando un alternarsi di cielo azzurro e di cupo grigiore, strani e minacciosi nugoli di “fumo” coprivano in parte o totalmente quell’azzurro del giorno. Una sfera bianca attraversava la volta, durante il giorno. Alla mattina ed alla sera la volta si colorava di rosso, laddove quella immensa palla bianca sorgeva e, dopo aver illuminato la Terra muovendosi lungo un arco che attraversava tutta la volta, scendeva tra i monti o nell’orizzonte del mare, colorando nuovamenteil cielo, le montagne  ed il mare, di quel rosso che si osservava all’alba. Durante la notte, la volta si oscurava, ed agli occhi degli uomini appariva uno spettacolo che non finiva mai di stupire. Tanti punti di luce bianca riempivano la volta che si era oscurata.  Succedeva poi un’altra cosa, per gli antichi uomini molto strana. Un globo di intensa luce, la stessa luce bianca di quei puntini nel cielo, sorgeva e tramontava durante la notte. Cambiava di forma e di colore, assumendo l’aspetto di un mezzo cerchio o quello di uan sottile falce. La si vedeva anche di giorno, diafana ed evanescente, nell’azzurro del cielo. Era un’altro mistero per gli antichi. Cos’era quella sfera che illuminava il giorno? E quell’altra, che cambiava di dimensioni e forma, che attraversava il cielo durante la notte? E perche’ quel cerchio bianco scompariva all’improvviso per poi ricomparire? Cio’ che succedeva a quello strano luminare, succedeva anche a quello che splendeva di giorno. Era la totale sconcertante oscurita’, che lasciava di nuovo il posto alla luce.  Il Sole e la Luna danzavano nel cielo, e con essi le stelle. Le nubi si formavano e si disfacevano come d’incanto, dopo aver fatto cadere dell’acqua o del ghiaccio. 

Con il trascorrere degli anni e dei secoli gli uomini si resero conto, osservando il cielo, che il Sole, la Luna e le stelle si muovevano secondo precise regole, come obbedendo ad una misteriosa regia divina. Si scoprirono stelle aventi una particolare collocazione nel cielo, si capi’ che molte stelle erano “raggruppate” in formazioni regolari che non cambiavano mai. Nacquero le costellazioni. L’uomo riusci’ dopo moltissimo tempo a stabilire che la Luna veniva oscurata dalla Terra, che illuminata dal Sole, proiettava il suo cono d’ombra sulla Luna, oscurandola; al Sole succedeva la stessa cosa perhe’ la Luna si posizionava fra il Sole e la Terra. Erano le eclissi, delle quali gli uomini capirono i tempi e le modalita’ con le quali esse si verificavano.

C’erano poi stelle che catturavano in maniera particolare l’attenzione degli uomini. Una di queste, in certi periodi, sorgeva insieme al Sole, un’altra tramontava con esso, in altri periodi. Si comprese poi che si trattava della stessa stella. Era il pianeta Venere, che gli antichi osservarono e del quale compresero essere di natura diversa dalle altre stelle. Venere non rimaneva fissa nel cielo. IIn un periodo di mesi, cambiava posizione. Questo strano fenomeno accadeva anche per altre stelle, che l’uomo comprese essere “qualcos’altro”. Stelle “fisse”, “Sole”, “Luna”, “pianeti”. Gli antichi non ne avevano ancora compreso la natura; ma  in millenni durante i quali osservarono il cielo, capirono seppure in maniera imperfetta come questi misteriosi corpi celesti si muovevano nella “volta celeste” intorno alla Terra, come essi pensavano. Era nata l’astronomia, la scienza degli astri.  Ma gli occhi arrivano dove possono. Come guardare..piu’ lontano? Con uno strumento capace di ingrandire le immagini. Galilei inizio’ l’osservazione degli astri con un cannocchiale da soli trenta ingrandimenti, scoprendo che sulla Luna c’erano montagne e “mari”, che nel disco solare si formavano delle “macchie” seguendo le quali si poteva vedere che il Sole…girava. Scpri’ che attorno a Giove ruotavano quattro “pianeti”, che Galileo chiamo’ “satelliti medicei” in onore della Famiglia De’ Medici per conto della quale egli prestava servizio come “astronomo -ed astrologo- di corte” .  Con il cannocchiale si poteva vedere l’ombra della Terra sulla Luna, un arco che testimoniava definitivamente la rotondita’ del nostro pianeta. Con Galileo era nata l’ASTRONOMIA OTTICA, l’osservazione degli astri mediante la luce che da questi arriva fino ai nostri occhi ed agli strumenti per potenziarne la visione. Oggi esistono “cannocchiali” immensamente piu’ potenti. Osservatori sono ormai sparsi in tutto il mondo; uno si trova persino nello spazio (e’ il glorioso telescopio orbitante Hubble).  Altre sonde dotate di telescopio, ed una stazione con equipaggio permanente il cui compito e’ anche quello di fare astronomia, “completano il quadro” circa i progressi oggi raggiunti  nel campo della osservazione diretta degli astri, della misurazione delle loro distanze, dei parametri orbitali nonché delle caratteristiche intrinseche di certi corpi celesti come Marte, venere, la Luna e gli altri pianeti, fino ad essere in grado, oggi, di guardare direttamente gli oggeti piu’ remoti del Sistema Solare ed altri, al di fuori di esso. Ma perche’, allora, si e’ pensato di osservare il cielo con sistemi che non usano soltanto l’ottica tradizionale, la luce visibile, e strumenti che, proprio grazie alla luce, ricavano delle preziosissime informazioni e perfino delle suggestive immagini dell’universo? Il motivo e’ semplice. La luce e’ fatta di onde elettromagnetiche. Ma non tutta la luce  e..luce visibile. Anzi, soltanto una piccolissima parte dello spettro elettromagnetico (spettro: una determinata  gamma  di frequenze che va da un min. ad un max. ) e’ visibile agli occhi, e quindi ai telescopi ottici.

Immaginiamo quanto si perderebbe ad osservare l’universo solo nello spettro ottico! Ecco, per questo e’ stata messa a punto, negli anni,  un’altra maniera di studiare il cosmo:  E’ LA RADIOASTRONOMIA, l’osservazione del cielo semplicemente abbracciando una gamma molto piu’ VASTA dello spettro elettromagnetico. Un piccolo esempio rende l’idea di quanto sia utile la radioastronomia. Quanto e’ calda una stella? Un telescopio ottico (tanto meno i nostri occhi!) non puo’ vedere i “raggi infrarossi”, cioe’ le onde termiche. Un radiotelescopio, invece, si’.

La radioastronomia puo’ essere definita come “lo studio dei fenomeni celesti attraverso l’osservazione delle caratteristiche onde radio generate da determinati processi fisici che avvengono nello spazio od all’interno dei corpi celesti, quali galassie, singole stelle o pianeti.

Ritengo a questo punto opportuno citare trattare un po’ della storia della radioastronomia e, per quanto mi e’ possibile, spiegare come funziona questa importantissima finestra sull’universo

CENNI STORICI E STATO ATTUALE DELLA RADIOASTRONOMIA

Una delle prime ricerche riguardanti l’origine delle onde radio di natura extraterrestre fu quella che venne effettuata da tale Carl Jansky, un ingegnere che lavorava presso la Bell Telephone (la famosa azienda antagonista di Meucci sulla paternita’ dell’invenzione del telefono, ricordate?!) Si era nei primi anni ’30 del ‘900. Il primo oggetto “scoperto”-come fonte di onde radio-  fu il centro della Via Lattea, cui segui’ la scoperta , alcuni anni dopo, che onde radio arrivavano anche dal Sole. Ma gia’ Nikola Tesla, tra la fine dell’800 ed i primi del ‘900  nel laboratorio di Colorado Springs registro’ delle onde che provenivano da nubi interstellari (sono delle formazioni di materia estremamente rarefatta, prevalentemente costituite da idrogeno) e da “giganti rosse”, queste ultime sono delle stelle che si trovano “allo stadio finale” dopo una lunga vita trascorsa  come “stelle di tipo solare”, e con un diametro di decine di milioni di km). Tesla credette perfino di aver ricevuto segnali da civilta’ extraterrestri, perche’ si trattava, secondo lo scienziato, di segnali regolari. Tesla spese gli ultimi anni della sua vita a cercare di ricevere segnali provenienti addirittura da Marte. Gli scienziati non gli credettero, e non presero in considerazione i dati che egli raccolse circa quei segnali che, secondo Tesla, erano di natura artificiale. Questa sua “fantasia” aveva pero’ un grande valore profetico”. Tesla Capi’ che, grazie all’osservazione del cosmo attraverso le onde radio, si potevano cercare delle civilta’ evolute nel cosmo. Cosa questa che si e’ resa possibile proprio grazie alla radioastronomia, la quale oggi viene adoperata in ricerche di questo tipo. Una sigla, molto conosciuta, focalizza bene l’attenzione su questoa interessantissimo aspetto della della radioastronomia: S.E.T.I, “Search of Extraterrestrial Intelligence”-ricerca di intelligenza extraterrestre-. Il SETI Institute fu fondato da  Frank Drake, che ancora dirige l’istituto , e da Carl Sagan, noto divulgatore scientifico ed “ideatore” della famosa targhetta contenente delle scritte, dei simboli e delle figure, applicate alla sonde “Pioneer” 11 e “Pioneer 12”, seguite poi dalle sonde Voyager recanti gli stessi messaggi su un “disco” applicato alla sonda, messaggi diretti”a potenziali abitanti di altri mondiprobabili abitatori extraterrestri, nella speranza che qualcuno, un giorno, ricevesse questa sorta di “messaggi in bottiglia”. 

Ma torniamo alla radioastronomia ed ai suoi impieghi. In campo “SETI, la ricerca si e’ estesa persino ai non addetti ai lavori grazie alla rete informatica. E’ il progetto “SETI Home” (letteralmente “seti casereccio”, perche’ chiunque puo’, tramite internet, collegarsi ai centri di osservazione dotati di radiotelescopi ed impegnati nella ricerca di segnali intelligenti, “monitorare” tali segnali. Una sorta di “ascolto di massa” per cercare di individuare quelche eventuale segnale che risulti interessante ai fini di questo tipo di ricerca.

Ricerca che va avanti, e chissa’ che non arrivi davvero la prova che ci convinca che lassu’ qualcuno ha “trasmesso qualcosa”, a noi ma non necessariamente: e’ possibile che su altri pianeti lontani,  delle antenne stiano captando segnali trasmessi da noi anche decenni fa. In teoria potrebbe loro giungere una trasmissione televisiva o radiofonica. Ma la ricerca SETI non pretende tanto, almeno per ora. Se solo si rilevasse qualche flebile segnale di natura inequivocabilmente artificiale, sarebbe un risultato storico. La ricerca va avanti, e sicuramente il contributo del SRT anche in qeusto campo sara’ estremamente utile.

In campo astronomico ed astrofisico, oggi la radioastronomia  e’ stata determinante, addirittura indispensabile per la scoperta e lo studio di una notevole serie di oggetti e spaziali di fenomeni connessi impossibili da rilevare senza l’utilizzo delle onde radio e dei sistemi per captarle. Oggetti come le “pulsar” (chiamate cosi’ in quanto si comportano come delle “stelle pulsanti”, appunto delle “PULSing STars”), i cosiddetti “Quasar”, che sono oggetti dall’aspetto “quasi stellari” ,da cui il nome , che deriva da “QUAsi StellAR -Radio Sources”, ed altre potentissime” fonti di energia nel campo delle onde radio come le galassie attive.  Pulsar, quasars, magnetar, galassie attive e buchi neri sono gli oggetti piu’ energetici dell’universo.  

La radioastronomia, come si e’ visto, ha molteplici impieghi. Persino la possibile esistenza della cosiddetta “materia  oscura” e’ una concezione che gli scienziati hanno acquisito proprio  grazie all’impiego della radioastronomia!  Il SRT si impegnera’ anche in questo. Come? Le osservazioni effetuate nel tempo misurando le onde radio emesse dalla ^rotazione delle galassie ha fatto ritenere che, da come si comportano le galassie,  in esse  vi sia molta piu’ materia di quanto non sia quella direttamente osservabile.

Altro interessantissimo campo di impiego della radioastronomia e’ lo studio della cosiddetta “radiazione di fondo”. Cos’e questa “radiazione di fondo”, tanto nominata in astrofisica? E’ una radiazione energetiamente molto debone e fredda, che sembra provenire da ogni dove, nel cosmo, in modo quasi omogeneo-a parte certe irregolarita’ che suggerirebbero un universo che avesse gia’ in se’ la possibilita’ di evolvere in ammassi di galassie…-. In teoria, lo spazio interstellare dovrebbe essere molto piu’ freddo di quanto non sia stato rivelato proprio dalla radioastronomia! Ecco che invece, dappertutto si rileva una temperatura di 3 gradi Kelvin, ovverosia tre gradi al di sopra dello “zero assoluto”(o “freddo assoluto”, condizione che corrisponderebbe alla totale assenza di materia-energia. La radiazione di fondo  e’ una radiazione “fossile”, perche’ origina propriodall’universo quando questo e’ ^nato. La radiazione fossile e’, se vogliamo, la “temperatura media” dello spazio interstellare. Temperatura che era di decine di miliardi di gradi quando l’universo era tutto raccolto in un “qualcosa” , estremamente piccolo e compatto,, piu’ piccolo ,forse, di un atomo. 

Il satellite giapponese Kobe, un radiotelescopio orbitante, scopri’ delle “disomogeneita’” in questa radiazione fossile. Forse il seme…delle irregolarita’ che troviamo, oggi, nell’universo. Tanti ammassi di galassie separati da enormi vuoti. La radioastronomia, ancor piu’ che l’osservazione nel visibile, ci da’ proprio questa immagine dell’universo.

Ma i radiotelescopi sono usati anche per l’osservazione e lo studio di oggetti molto piu’ vicini  e che ci sono familiari, come il Sole e la sua attivita’, i pianeti come Giove o Saturno, e per tenere una “mappa radio” del Sistema Solare.  Abbiamo visto quanto sia utile la radioastronomima nelle  osservazioni e lo studio dei corpi celesti, dello spazio piu’ profondo e perfino per indagare sul mistero delle origini del cosmo, e su quale pu’ essere il suo destino finale. ma che cos’e un radiotelescopio, su quale principio si basa la radioastronomia?

Guardando l’immagine sopra. gia’ si intuisce che “l’occhio” di un radiotelescopio non e’ un grande tubo con le sue lenti ed altri accorgimetni ottici tipici dei telescopi tradizionali;  ma semplicemente esso e’ …una antenna . Non molto diversa, in linea di principio, dalle parabole che si trovano sui tetti delle case per la tv satellitare. le antenne paraboliche per la televisione satellitare riceve segnali che contengono le informazioni che l’apparecchio televisivo, o un decoder, traducono in immagini e suoni. Noi guardiamo, grazie alla tv satellitare, diversi canali: canali che viaggiano su differenti frequenze d’onda. Lo stesso principio vale per i canali della radio. Una antenna di forma allungata “capta” un’onda, elettroni salgono e scendono lungo l’antenna ad una determinata velocita’, o frequenza, che e’ la stessa delle onde che riceve, l’apparecchio elabora queste frequenze, ed ecco di nuovo la voce, su “radio supersound” o “radio rai”. Un radiotelescopio, nello stesso modo, si sintonizza su diversi “canali”, e vede cio’ che ,su questi canali.-naturali- , l’universo ci trasmette.  La luce, in fisica, non e’ solo la radiazione che ci fa vedere immagini e colori; in fisica, la “luce” puo’ essere benissimo intesa come tutta la radiazione elettromagnetica, nella sua vastissima gamma di frequenze. “Onde radio”, “raggi infrarossi”, “luce visibile”, “luce ultravioletta”, “raggi X” e “raggi Gamma” sono i vari risultati che si ottengono, in elettromagnetismo, partendo dalle frequenze piu’ basse a quelle piu’ alte. Un telescopio ottico, a ben pensarci, altro non e’ che un….”radiotelescopio” che pero’ ci fa vedere solo nello spettro della luce visibile, dal rosso al violetto. Un radiotelescopio, a sua volta, e’ un…telescopio che possiede una “retina adatta” a prendere lunghezze d’onda piu’ ampie o piu’ strette di quelle della luce propriamente detta. Questa “retina” e’ l’antenna del radiotelescopio, che con le sue ragguardevoli dimensioni, puo’ prendere onde di larghezza notevole.  C’e un particolare accorgimento, per rendere piu’ efficace il radiotelescopio: collegarlo ad altri strumenti analoghi.  Piu’ antenne  disposte “in fila” creano un unico immenso strumento. E questo e’ possibile grazie all’interferometria, che si ottiene con la interferenza di diverse frequenze frequenze. Un collegamento fra radiotelescopi e’ ad esempio il “VLA” (Very Large Array-“, ossia “a larghissimo raggio di azione”) che si trova nel New Mexico, nella localita’ di Socorro.  Quasi tutti gli osservatori astronomici dotati di radiotelescopio fanno uso ormai dell’interferometria.  Radiotelescopi sono presenti in tutti i continenti. Negli Stati uniti e’ in funzione il gia’ citato “Green Bank Telescope” che si trova in West Virginia, il piu’ grande radiotelescopio completamente orientabile del mondo. Degno di nota e’ anche il radiotelescopio di Arecibo, che si trova nell’isola di Portorico ( una enorme antenna parabolica adagiata dentro un cratere di 300 metri di diametro !) . Per rendere ottimale l’osservazione, il governo americano ha  istituito nella zona dove sorge  il “Green Bank Telescope”,  una sorta di “zona di silenzio radio”.

Negli anni ’90 del secolo scorso, sempre negli Stati Uniti,  sorse un complesso composto da dieci antenne poste su tutto il territorio americano, dalle Isole Awaii alle Isole Vergini Americane: e’ il “Very Long Baseline Array”. Il sistema e’ capace, captando ed elaborando le diverse lunghezze d’onda, di produrre immagini persino piu’ dettagliate del Telescopio Spaziale Hubble, ed e’ cosi’ sensibile da percepire, in alcune osservazioni, persino la deriva dei continenti! E proprio questo e’ uno dei compiti anche del’SRT in Sardegna che, avvalendosi dei satelliti artificiali e di altre antenne radiotelescopiche sparse in tutta Europa e nel mondo e con le quali si colleghera’, in un “network” che gia’ vede impegnati studiosi di tutto il mondo.

*     *     *

Le onde radio “tipiche” di un elemento chimico presente nell’universo, per esempio quelle dell’idrogeno,  del “litio”, del “carbonio” e altri segnali che sono le impronte di altri elementi presenti nello spazio; quelle onde  emesse dall’interno e dalla superficie del Sole e di altre stelle, da galassie ed ammassi di galassie con i loro miliardi di stelle; segnali radio provenienti da Giove o da pianeti simili ma esistenti in altri sistemi planetari, la scoperta stessa e lo studio di sistemi planetari extrasolari, le radiazioni ad altissima energia rilasciate da enormi quantita’ di materia “eccitata” per via della presenza di potenti campi elettromagnetici ruotanti, dovute proprio alla velocissima rotazione di sistemi multipli di stelle, di stelle di neutroni (pulsar) e buchi neri che attirano verso il loro centro di gravita’ immense quantita’ di mataria che, “cadendo vorticosamente” verso di essi, , emettono radiazioni ad elevatissima energia come raggi X e raggi Gamma,  e lo studio-ovviamente indiretto- di materia ed energia oscura, che costituiscono insieme il 95 per cento di tutto l’universo. Questo e’ l’enorme lavoro che spetta anche al Sardinian radio Telescope. 

Gia’ qualche anno fa, durante il suo “rodaggio”, SRT ha scovato una “magnetar”, e fra qualche anno sara’ a pieno regime. E tutto ci fa ritenere che il “Progetto STR” fara’ molto, per l’astronomia e per l’astrofisica, e per la scienza in generale.

Una nuova finestra si e’ aperta sul Cielo, per guardare  le immense vastita’del cosmo dal nostro piccolo pianeta,  e da una sua piccola ed antichissima terra in mezzo al mare. Da una piccola isola dove, da sempre, gli uomini guardano le Stelle con un forte sentimento di ammirazione, curiosita’ e sete di conoscenza. Oggi, piu’ che mai.

CIAO

Marghian