Margherita, una ragazza come tante, dolce e semplice. Per questo io la ricordo.
“Ciao Marghe. Qualche sera fa ho visto dei ragazzi e delle ragazze come te, l’altra sera, che cantavano una canzone mentre un ragazzo suonava la chitarra. Cantavano una canzone che piaceva tantissimo quando anche io ero un ragazzo. Ancora oggi i ragazzi cantano le canzoni di allora, e le cantano ancora. Molte volte mi e’ capitato di sentire i ragazzi cantere le canzoni di Lucio Battisti, di Antonello Venditti, di Baglioni. Li ho visti cantare in spiaggia, su un autobus, in piazza. Come l’altra sera, cantavano una canzone di Claudio Baglioni. Ho pensato, mentre li ascoltavo cantare, “a Marghe piaceva, si’”. Per questo ho pensato di farla sentire questa sera, a chi legge questa piccola cosa che scrivo per ricordarti ancora, Margherita. “Questo piccolo grande amore”. Piccolo…grande… amore. Come te, Gheita. Cosi’ piccola e, per questo, cosi’ grande. *Che tu possa, adesso, vivere un amore ancora piu’ grande di quello che desideravi qui. Un amore senza fine, e grande. Come il Cielo”.
Ma in che maniera noi crediamo? Cosa significa “credere”? ne discuteremo. Intanto io..
VI DICO LA MIA
Io non credo nel..”dio tradizionale”, arcigno e vendicativo, da temere (l’inferno). Io credo invece in uno spirito di amore, in una anima universale che nessuna religione puo’ spiegare, anzi la limita. “Dio” e’ una cosa che viene vissuta, sentita, amata-nell’amore per la vita e per la gentee nella giusta stima di se’-.
Io credo in un dio che e’ qualcosa che dobbiamo noi far crescere, come un seme da coltivare. Ma non con i riti, non con le lunghe litanie…ecco, il “dio” in cui io credo e’…..il creare noi stessi il “divino dentro di noi”……cosa ben diversa da un dio che dall’alto ci guarda e si lega al dito ogni nostro errore. No, al contrario, ogni nostro errore e’ fonte di amore di Dio per noi, che fa dire a noi stessi “devo essere migliore”. L’inferno esiste, ma e’…la mancanza di amore, il vuoto interiore: se non c’e amore, non c’e dio….e nemmeno noi..siamo, perche’ amare significa “essere” e..Dio, dovendogli dare il suo significato pieno e’ proprio….l’Essere. L’inferno, invece…e’ il non essere. Che non significa solamente “non esistere”, ma proprio…non essere pienamente vivi nell’anima e…la vita dell’anima e’ solo e soltanto….riempire la nostra vita di Dio…quel dio dentro di noi che nessuna religione puo’ spiegare, anzi…lo limita. Nei settarismi, nelle rivalita’, nei dogmatismi, nelle “gabbie mentali”, nei precetti imposti. Il vero dio e’ l’energia dell’uomo, e’ nell’uomo stesso. Dio non e’ l’oppio dei poveri. Questo se mai e’ rappresentato dalla concezione di cieca credulita’ in qualcosa che ci arrivi solo dall’alto. No, ci arriva da dentro, ma solo se noi lo vogliamo.
Quando si dice “dio rispetta la nostra liberta’” si intende che “noi siamo liberi”, pur nei limiti umani della liberta’ stessa, di far crescere Dio in noi o di…non farlo crescere. Di essere o di…”non essere”.
“Namaste” e’ un saluto orientale che significa qualcosa come “riconosco il divino che e’ in te”. Questo e’, per me, il principio assoluto di ricerca di Dio: “trovare nell’altro la dimensione divina”. “Ti riconosco in me” lo scrisse Francesco d’Assisi. “Trovare in noi…la dimensione divina”.
INFATTI STAVO CERCANDO “THIRD STONE FROM THE MOON”
-terza pietra dalla…*Luna-
L’argomento, se volete, oltre alla musica di Hendrix, sono anche…
QUESTE IMMAGINI
Per me sono come fare un viaggio fuori dalla realta’, oltre i confini dei miei ambiti di percezione e di esperienza. Un viaggio al di fuori della realta’ ma per..entrare nella realta’, non per fuggire da questa. Credo che questo mio piccolo esempio sia vero ancora di piu’ per la specie umana. perche’ vedendo oltre e solo guardando oltre, essa puo’ meglio vivere e capire la sua realta’ , un frammento piccolissimo che origina pero’ delle immensita’ del cosmo e ne e’ parte. Pensare ai misteri dell’universo non e’ un evadere dalla vita di tutti i giorni, ma un immergervisi con maggiore consapevolezza e, forse, con un po’ piu’ di saggezza. Ciao.
Infatti, nella notte fra il 5 ed il 6 di maggio, la Luna si trovera’ alla minima distanza dalla Terra, mostrandosi a noi “ingrandita”. Sara’ piu’ vicina alla Terra di ben 50 mila chilometri rispetto alla sua “distanza massima”, che e’ di circa 410mila chilometri, mentre la distanza media e’ di circa 375mila chilometri. La Luna della prossima notte si trovera’ alla distanza di 354mila chilometri. la “massima vicinanza” o “massimo perigeo” lunare si verifica in quanto l”orbita seguita dalla Luna intorno alla Terra non e’ circolare, e quindi il nostro satellite si avvicina e si allontana nell’arco del “mese luanre”.. vedremo quindi una “Luna gigante”. Sara’ uno spettacolo bellissimo. Ma…
COME E’ NATA LA LUNA?
COSA ANCOR PIU’ AFFASCINANTE. E QUESTO VIDEO LO SPIEGA MOLTO BENE
E’ una festa che nasce dalle lotte e dagli impegni dei movimenti sindacali e del mondo dei lavoratori. Lotte che hanno portato alla conquista di diritti fondamentali. La lotta era inizialmente improntata soprattutto alla conquista del diritto alle otto ore di lavoro giornaliero. Le lotte per questo fondamentale diritto portarono alla emanazione di una legge che, nel 1866, fu approvata in America, nello stato dell’Illinois. L’”Associazione Internazionale dei Lavoratori”, conosciuta con il nome di “Prima Internazionale” si impegno’ affinchè leggi analoghe venissero approvate anche in Europa. Ci fu, nel settembre del 1882, sempre negli Stati Uniti, una manifestazione organizzata dai “Knights Of Labour”, i “cavalieri del lavoro”, una associazione che vide la luce nel 1869. Nel 1884. Questa associazione promosse un’altra massiccia manifestazione che porto’ poi ad una risoluzione che fu approvata all’unanimità, e che chiedeva che “quella manifestazione” si ripetesse annualmente in un giorno stabilito. Movimenti sindacali e di lavoratori vicini alle organizzazioni anarchiche nonche’ alla stessa’”Associazione Nazionale dei Lavoratori” portarono alla scelta, come data della festività, il primo giorno di Maggio. Ma furono i gravi incidenti che nei primi giorni di maggio del 1866 si verificarono a Chicago a “consacrare definitivamente il primo maggio come festa del lavoro. Eventi questi noti come “rivolta di hav Market” e che culminarono con la reazione della polizia che sparo’ sui manifestanti causando molte vittime. Altri eventi di questo genere seguirono, altre rivolte e rivendicazioni operaie che, attraverso gli anni, hanno permesso al mondo dei lavoratori di far maggior ”breccia” nel complesso cammino della lenta conquista dei fondamentali diritti. Questa ricorrenza del primo maggio è quindi dedicata al mondo del lavoro, un mondo fatto di tantissimi uomini e di tantissime donne che ogni giorno utilizzano il loro tempo e le loro energie per portare avanti l’esistenza con fatica e dedizione, sapendo di essere degni di peter operare in una società che sia sempre piu’ capace di offrire una vita piu’ giusta e dignitosa. Ecco che, ancora una volta, si alza quella “canzone popolare”che da forza alle braccia e coraggio allo spirito di ogni persona che lavora e da speranza anche a chi vuole lavorare. Si, il primo maggio è anche la festa di chi ambisce a trovare un lavoro. E’, per loro, un augurio, come lo è per chi lavora: quello di migliorare, sia nel lavoro che in ogni altro aspetto della vita umana e sociale (Marghian).
QUESTO GRANDE RICHIAMO AI VALORI RAPPRESENTATI DA QUESTA RICORRENZA
“Che cosa e’ la poesia? E’ una immagine lontana mai raggiunta?
Un raggio di sole che entra da una finestra?
E’ il vento di tramontana che soffia freddo?
E’ la voce del mare? E’ l’improvviso rintocco di una campana?
E’ un vano desiderio? Uno sguardo?
Cos’e’ la poesia? E’ la speranza? E’ la fatica ? E’ la gioia?
O forse la poesia e’ anche il dolore?”
La voce di Marisa “cerca di spiegare”, anzi di chiedersi: “che cosa e’ la poesia? “Tutte queste cose sono parte di questa, sono poesia. Ma allora, se queste cose sono poesia, chi e’, allora, il poeta? Colui che lascia il suo nome scritto nelle antoligie della storia? Colui che fa dire di se’ che e’ stato, od e’, un grande poeta? Ma..che cose’ davvero la poesia, se non quelll’anelito continuo che e’ dentro ognuno di noi? Anelito che non cessa mai di farci palpitare, perche’ la poesia e’ infinita. Come il poeta, che cerca di capire..che cosa e’ la poesia.
*A Marisa, che mi ha fatto capire che…la poesia e’ come la voce del vento.
E’ come..la sua voce. ^Ciao Marisa*
** *
^Eh, Marisa…purtroppo ci lascio’ troppo presto, a 61 anni, per il solito (ormai si puo’ dire cosi’!) tumore. E meno male che, secondo Monti “si vive di piu’”. Certo, lei non avrebbe avuto problemi di eta’ pensionabile (anzi, soldi a parte, un artista, o comunque chi fa un lavoro creativo-pensate alla Levi Montalcini- ^^vuole lavorare, ma e’ un’altra cosa). Scusate il mio volo pindarico poco poetico. Ecco! Ecco che cosa la poesia..non e’. I vari “monti” e “mari”, “forneri” e “fornaciari” (anzi no, Zucchero e’ bravo!) tutto sono, fuorche’ poeti.
Marisa..ah, era una donna dolcissima e bella, prima ancor che una cantante di livello. Lei, da “una casa bianca che”, che tra l’altro interpreto’ benissimo, fece -artisticamente parlando- molta strada. “Artisticamente” non come successo e fama bensi’ come lunga ricerca musicale da lei condotta negli anni e che la ha portata a conoscere la musica folkloristica ed etnica della Sardegna e del Mediterraneo in genere. Il suo modo di interpretare i brani etnici e folkloristici (pensate alla canzone “duas e tres” o meglio ascoltatela nel mio ^^GUESTBOOK, vi piacera’) ha molto dei folklori di altre localita’ e regioni del Mediterraneo (si pensi al “fado portoghese”) e non solo: ha inciso brani in spagnolo-la sua arte e’ anche “latinoamericana”, diciamo cosi’. Marisa ci restera’ sempre nel cuore.
Fabrizio in questa sua lirica fa parlare un certo Tito. Non e’ un nome a caso. Forse questo nome non vi dice nulla. Neppure a me diceva nulla. Conoscevo la canzone, ne meditavo il testo ma “tito” era anche per me un nome di fantasia. Da una mia ricerca pero’ e’ emerso che “tito al ciglio”, nei Vangeli Apocrifi, era uno dei due ladroni che furono crocifissi con Gesu’. Dimaco era il nome dell’altro ladrone. Tito era il “buon ladrone”, Dimaco il “cattivo ladrone”. Ascoltando le parole di “tito” pero’, capiamo di trovarci di fronte ad un uomo che si pone delle domande, un uomo che pensa. Tito che ha capito che…nella pieta’ e non cede al rancore egli ha imparato l’amore. Un semplice “ladrone” o un uomo in cerca? Dimaco e Tito Al Ciglio, due uomini davanti alla morte, davanti al grande quesito della vita, davanti al suo rivelarsi a loro nel momento piu’ solenne ed insieme tragico.. Tito critica i 10 comandamenti uno per uno, chiedendosi anche se…una religione, quella specifica religione, sia la sola da professare o se…in fondo una od un altra non siano la stessa cosa. Tito davanti alla morte in croce. Tito, il prepotente ladrone, che “nel vedere quest’uomo che muore ora pr,ova dolore”, ma che trova ancora il fermo coraggio di affrontare, anche in questa sua prova estrema, gli schemi di pensiero “obbligati” e di metterli persino in discussione. E noi ne siamo capaci o…crediamo senza riflettere, per paura di pensare? O di mettere in crisi le nostre consolidate “certezze”? Ciao.